Il merito non basta

Le università itaGliane producono ed esportano ogni anno fior fior di ricercatori, che dopo una laurea, un dottorato di ricerca, un postdoc (magari all’estero) ed un assegno di ricerca, misteriosamente prendono la strada per l’estero…posti gettonatissimi USA ed Inghilterra. In pratica, dopo che il sistema universitario italiano si fa il chulo per formare un ricercatore, che succede? Che questo emigra. E all’estero lo accolgono a braccia aperte…per forza! Hanno tra le mani una persona valida che dal punto di vista della formazione ottengono a costo ZERO.

Cosa spinge una persona tra i trenta ed i quaranta a prendere baracca e burattini e levarsi dal cazzo? Semplice…qui non c’è posto…o meglio…il posto c’ è ma spesso è occupato dal figlio/nipote/amante/ecc. del barone di turno.

La Gelmini (sisi, lei…la capra col ministro intorno) dice che ci vuole un sistema di selezione meritocratico, cioè bisogna valutare le persone sulla base della loro bravura e non sul resto. Sono perfettamente d’accordo, ma come?

Nell’ambiente universitario il merito si misura principalmente con le pubblicazioni, più ne hai, più sei bravo. Cosa sacrosanta…Se io sono il figlio di XXX e sono bravo, non devo per forza essere tacciato di nepotismo…sono bravo e quindi merito a prescindere il posto. Il problema è come si valuta il merito. Le pubblicazioni non bastano. Io ho visto costruire dei curricula scientifici a gente che non sapeva nulla. Ecco come:

Un tipico dipartimento universitario è composto da uno o due ordinari, degli associati, dei rcercatori, degli assegnisti, dei post-doc e dei dottorandi. Mettiamo il caso che ci sia il figlio/nipote/ecc. di che deve fare un concorso, ed essendo un inetto non ha uno straccio di pubblicazione. Che si fa?

Semplice, se i dottorandi, i post-doc e gli assegnisti fano il loro lavoro, ogni anno ognuno di loro produce una o due pubblicazioni. Bene..il capo del gruppo (il barone di turno) per ogni lavoro prodotto decide i nomi da mettere, e (guarda caso) il nome del nostro compare sistematicamente. Dopo tre o 4 anni, il nostro incapace ha un curriculum da fare invidia…pur non sapendo cosa sia scritto nelle pubblicazioni! Prima del concorso gli basta studicchiare qualcosa, imparare a pappagallo gli articoli, presentarsi di fronte ad una commissione precedentemente costruita ad arte (sempre dal solito barone in combutta con gli altri suoi pari) ed il gioco è fatto.

Questa cosa l’ho vista succedere non una, ma ben due volte, e succederà (come minimo) ancora una terza. E poi dicono che la legge 133 è contro i baroni…col cazzo! Se tagli i posti, rimangono solo per i parassiti. È la condanna dell’università italiana, che rimarrà in mano a degli inetti.

Così, semplicemente.

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